Moscardini in umido

Eccomi con una ricetta molto interessante, gustosa e di grande effetto.

Ingredienti per due persone:

609gr di moscardini già puliti

2 spicchi d’aglio in camicia

Olio evo- 4 cucchiai

1 bicchiere di vino rosso

Pomodorini datterini dolci – una decina

Una spruzzata di prezzemolo tritato

Sale e pepe q.b.

Preparazione (10minuti, cottura 50minuti)

Fate scaldare l’olio in un tegame capiente e aggiungete l’aglio. Non appena inizierà a sfrigolare, aggiungete i moscardini tagliati grossolanamente e fateli saltare a fuoco vivo per qualche minuto.

   
 
Lasciate che i moscardini si arriccino un poco e sfumate con il vino rosso.

  
Non appena il vino sarà evaporato, aggiungete il prezzemolo, i pomodorini datterini tagliati a rondelle è un po’ di pepe. Abbassate la fiamma e coprite con un coperchio.

  
  Controllate di tanto in tanto che non si asciughino troppo, in questo caso aggiungete acqua calda. Dopo i 50 minuti, i moscardini dovrebbero apparire così.
  
Aggiustare di sale , attenzione a non esagerare! Servite subito guarnendo con una foglia di basilico e… Bon Appetit!

  
Consigli: abbinate il piatto con un contorno fresco come delle carote tagliate alla julienne e servite con un vino bianco fruttato tipo Gerwutztraminer.

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Risotto ai funghi porcini

Eccomi a voi con una ricetta vegetariana semplice, veloce e che soddisfa quasi tutti i palati.

Tempo di preparazione 10 minuti

Cottura 19 minuti a fuoco lento
Ingredienti per 4 persone

9 pugni di riso – Gran Gallo per risotti

1 spicchio d’aglio in camicia

1 Cucchiaio di soffritto – Misto per soffritto Esselunga surgelato

Due cucchiai d’olio EVO

Sale e pepe qb

Funghi porcini essiccati 40g

750ml – 1l bordo vegetale – Brodo Star

1 bicchiere di vino bianco – 770 Miles Chardonnay californiano

A piacere a fine cottura Grana Padano

Iniziate a far soffriggere l’aglio in cmicia con l’olio. Non appena l’aglio inizia a sfrigolare, aggiungete il soffritto e lasciate imbiondire.


A questo punto fate partire il 19 minuti e aggiungete il riso che farete scottare per 2 minuti.

È ora di sfumare con il bicchiere di vino bianco.


Abbassate la fiamma e aggiungete poco alla volta il brodo già pronto che avete scaldato in precedenza. Continuate la cottura, abbassando la fiamma.

Nel frattempo mette ammollo i funghi in acqua tiepida.


A 5 minuti dalla fine cottura, aggiungete i funghi senza la loro acqua e mescolate.

Assaggiate prima di servire, se il riso vi sembra poco cotto, lasciatelo sul fuoco ancora un minuto. Mi raccomando, non lasciate che il riso si asciughi troppo! In questo caso aggiungete altro brodo. Il risotto deve essere cremoso.


Ora salate e pepate a piacere, potete guarnire con del prezzemolo o del Grana Padano. Servite caldo e…Bon Appetit!

CONSIGLI

Utilizzate i seguenti ingredienti 😍


  

Scream Queens

Devo ammettere che quando questa estate ho saputo che Ryan Murphy avrebbe girato una nuova serie focalizzata su alcuni omicidi in un campus, mi si sono rizzati i peli delle braccia. Un genio del “new splatter” alle prese con un classico dell’horror claustrofobico. Per non parlare di quando è stata confermata la presenza da Jamie Lee Curtis…

Bè, ammetto che dopo la prima puntata di Scream Queens sono rimasto completamente spiazzato. Una serie idiota e senza senso, edulcorata da abiti haute couture e ragazze bellissime e magrissime. Ma mi sbagliavo. Puntata dopo puntata, il meraviglioso lavoro di Murphy ha iniziato ad avere senso. Un trash non sense che è molto chiaro. Uno spaccato di vita contemporanea ancor più reale di quanto possa sembrare.

Bullismo, razzismo, omofobia, caste. La perfetta rappresentazione “drammatica” esagerata della società odierna. Un bellissimo progetto che però, a mio avviso, si perde sul finale a causa di un necessario finale aperto.

Ma cerchiamo di fare chiarezza sulla trama. Un’insopportabile Chanel Oberlin, interpretata da una magnifica Emma Roberts – che, detto tra noi, rischia di essere relegata per sempre alla parte della stronza-figa (amore, ti prego cerca un altro ruolo!!) – presidentessa di una confraternita di stronze miliardarie, si trova a dover fronteggiare una serie di omicidi che insanguinano il campus universitario di cui fa parte. A farle da spalla, una resuscitata Abigail Breslin (brava, ma alla canna del gas…ha avuto una nomination agli Oscar!!!), Lea Michele, che deve baciare la terra dove cammina per essere riuscita ad emergere dopo il disastroso Glee e la meravigliosa Jamie Lee Curtis che in pieno riesce a incarnare la satira nella satira e ci regala persino un omaggio della madre grazie alla famosissima scena della doccia di Psycho.

Ma ora, non sto a tediarvi con la storia, ma posso assicurarvi che Scream Queens, come lo è stato Scream di Wes Craven, appartiene alla generazione che lo guarda. Ripeto: uno spaccato reale di una generazione persa fra social media e narcisismo. Qualcosa di impensabile e ridicolo che però è specchio della nostra quotidianità.

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Questa arroganza, che affascina. La ricchezza estrema che è baluardo delle nuove generazioni, cresciute a pane e Instagram. La voglia di arrivare, che sia ben chiaro, non è novità di questo mondo, ma che continua ad essere la hit di nuove frotte di adolescenti. Essere famosi, ad ogni costo. Essere magri, belli, ricchi, come ci vuole la società, avere tanti followers… Avere tanti followers…ma cosa significa? Cosa significa, sul serio?

L’omicidio non è grave come considerato sulla carta se ha uno scopo. Amare e uccidere viaggiano sullo stesso binario. MI è dispiaciuto molto vedere però che Murphy non sia riuscito ad essere fedele a sé stesso con il finale. Forse una ricca Fox lo ha obbligato a mantenere un finale aperto, che si capisce fin da subito non era quello previsto, in modo da poter tenere in caldo la macchina fabbrica soldi della tv.

Detto questo, come valutare Scream Queens? Il sottoscritto non è riuscito a darsi una risposta, quindi le valutazioni saranno due:

Punteggio critica 4* su 5*

Punteggio generale 3* su 5*

BUONA VISIONE

La Grande Bellezza – The Great Beauty

In clamoroso ritardo con il resto del mondo, ieri sera ho avuto finalmente il tempo (incredibilmente) e la voglia di cimentarmi con il film di Sorrentino, La Grande Bellezza.

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Uscito nel 2013 in Italia e vincitore di tutto ciò che si poteva vincere, compreso un Academy Award come miglior lungometraggio straniero, il film racconta le vicende di Jep Gambardella (interpretato da Toni Servillo – Il Divo – Gomorra), un giornalista di discreto successo, ricco e molto ben inserito nel jet set romano, che vive le sue giornate tra il letto e le serate mondane. Un uomo apparentemente superficiale ma in realtà dotato di una forte sensibilità e corroso dal ricordo nostalgico del suo primo amore che ancora lo tormenta dopo quasi 40 anni. Uno scheletro nell’armadio, che riemerge ogni volta che il protagonista si stende sul letto a guardare il soffitto della camera e vede il mare immaginario. Un mare che è parte del suo passato di ragazzo e che lo riporta a Elisa, la donna che ha amato e alla quale non ha mai smesso di pensare, la cui morte lo sconvolge profondamente, al punto da mettere in dubbio i pilastri della propria esistenza e ricercare delle risposte nella fede.

Altra grande protagonista è la città di Roma, descritta dal regista come un luogo in cui la bellezza è potente ma antica, infatti secondo Sorrentino il bello del presente è labile, superficiale e insoddisfacente come tutti gli amici di Jep: la politica/scrittrice fallita, la soubrette cocainomane fallita, l’amico produttore e sceneggiatore fallito, il vescovo avido, la direttrice del giornale disadattata… Vite all’apparenza invidiabili ma insulse e votate ad una felicità fast-food, della durata di una serata, a scapito dei veri principi della famiglia o della fede. Gente pettegola, maligna per difesa: arroccati nelle proprie convinzioni e attori NELLA propria vita, sono barricati dietro a maschere che nascondono visi stravolti dall’insoddisfazione. La pochezza dei sentimenti si affianca ad un auto celebrarsi che è giustificazione delle proprie mancanze: “Sono una donna con le palle, lavoro e faccio la mamma” dice una cara amica di Jep, il quale, dopo averla zittita mettendola di fronte alla realtà dei fatti (tate, maggiordomi, feste tutta la notte, matrimonio di convenienza con il marito gay) le dice: “Queste sono le tue menzogne e le tue fragilità. Stefà, madre e donna, hai cinquantatré anni e una vita devastata, come tutti noi… Allora invece di farci la morale… di guardarci con antipatia… dovresti guardarci… con affetto… Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un poco in giro… O no?”.

La redenzione esiste dunque? Sorrentino ci mette di fronte a questo interrogativo con il personaggio della Santa, una missionaria ultra centenaria che senza parlare incrina (solo per poco) le vite dei personaggi, mostrandogli la vera Grande Bellezza, che è quella interiore, che vive dentro l’anima. Una bellezza surreale, fatta di fenicotteri rosa e sofferenza. Ti innalza fino all’infinito, fino a Dio e schiaccia i superficiali come un macigno. Jep ne rimane colpito ma i binari della propria esistenza non virano. Il suo treno è bello perché viaggia senza meta, come i trenini eseguiti dai suoi amici sbronzi sulle note di Raffaella Carrà durante le feste.

Il regista non giudica, né mette sotto accusa. Racconta la storia di una società persa e braccata, formata da persone dedite al principio del “solo e soltanto io sono importante”. Uno specchio della realtà italiana che è ancorata all’edonismo estremo, in un momento di profondissima crisi. Suicidi, depressione, povertà, fallimenti: tutti ben celati dietro a falsi sorrisi e soldi facili. Nessuno lavora, ma tutti si lamentano di non avere tempo, tempo per cosa? Feste? Matrimoni? Altre feste? E poi c’è Roma e la sua bellezza infinita che è il contenitore e spettatore silenzioso di questa fase triste della storia. La città che fu una volta capitale del mondo conosciuto e che ancora conserva i tesori che l’umanità ha creato si interfaccia con una società vuota e che non ha nulla da offrire, ma solamente prede e pretende. Così il quadro “La Fornarina” di Raffaello Sanzio (1518 – 1519), che è il simbolo della bellezza per eccellenza è ridipinto da Sorrentino tramite la spogliarellista polacca sdraiata su un divanetto di un night da due soldi: Il Rinascimento a confronto con la decadenza dei fautori della crisi internazionale, il dipinto perfetto e la puttana da una botta e via.

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Il film è indiscussamente ben fatto, visivamente spettacolare e dal tema attuale. Un film italiano per italiani, che ha avuto la fortuna di essere capito anche all’estero. Un vero specchio della realtà del Bel Paese, che se da un lato si sta sgretolando e andando in frantumi, dall’altro vive spensierato e sconsiderato. Egoismo e disperazione corrono su due binari paralleli, la felicità è una chimera perché paradossalmente è alla portata di mano di tutti, perché finta e ingannevole. Basata su idiozie e principi da pelle d’oca, è baluardo degli imbecilli superficiali che sono colonna portante di questo Paese. Sorrentino è bravo a mettere a nudo qualcosa di scomodo senza disturbare troppo l’occhio dello spettatore. Fa pensare ma lascia poco spazio alla speranza. C’è solo una certezza: Roma sarà sempre lì…ferma, in tutta la sua Grande Bellezza.

Voto 4.5* su 5*

American Horror Story – Freak Show

L’ 8 ottobre 2014 è una data che gli estimatori del franchising American Horror Story hanno atteso con molto fervore.

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Giunta alla quarta stagione, la serie che ha terrorizzato e affascinato milioni di spettatori di tutto il mondo – vinto tutti i premi che era possibile vincere, ridato vita a quella che ormai sembrava una carriera morta e sepolta di Jessica Lange, e scovato talenti del calibro di Sarah Paulson – stupisce, spaventa e incuriosisce.

Ambientata in un circo, pardon, in un Freak Show (più comunemente conosciuto come Fenomeni da Baraccone) nella Florida degli anni 40, la storia (per il momento, perché con Ryan Murphy si sa dove si inizia ma non si può prevedere dove si arriverà) racconta di una comunità di fenomeni da circo, donna barbuta, gemelle siamesi, nani e così via… che lavorano nel circo di proprietà di Elsa Mars, una vecchia attrice ancora alla ricerca disperata della ribalta, delle luci del palcoscenico e della fama.

La prima puntata inizia a dare allo spettatore un quadro generale: il circo, ça va sans dire, non solo è sull’orlo del fallimento ma si trova invischiato con una serie di cruenti omicidi compiuti da un clown (DAVVERO TERRIFICANTE, It in confronto è Biancaneve) che se ne va in giro per la cittadina di Juppiter a pugnalare le persone con delle forbici. Due gemelle siamesi, Bet e Dot, interpretate magistralmente dalla sempre più brava Sarah Paulson, si uniscono al circo per sfuggire ad un’accusa di omicidio che pesa sulla loro… ehm, sullE loro teste – hanno ammazzato la madre carceriera che le aveva segregate in casa.

Dopo mesi di serate senza pubblico, un giovane rampollo compra tutti i biglietti dello show, per assistervi con la madre. Lo show ha finalmente inizio, una impeccabile Jessica Lange paga tributo a David Bowie, cantando la celeberrima Life on Mars (dall’album del 1971 Hunky Dory). Il ragazzo è chiaramente ossessionato dai freaks, tanto che abbandona lo spettacolo, raggiunge le gemelle e cerca di sedurle. Le vuole a tal punto da offrire una somma altissima per poterle acquistare. Ovviamente, Elsa si rifiuta e li caccia.

E’, a mio avviso, ancora troppo presto per dare un giudizio, soprattutto quando si parla di un prodotto targato Ryan Murphy – vista la cocente delusione con “Coven”, partita in quarta e finita malaccio. Ma devo ammettere, che Freak Show ha gettato le basi per un’ottima stagione, à là Asylum. Ho trovato geniale il tributo a David Bowie con tanto di trucco azzurro intenso clownesco e tailleur da uomo in pandan, e meravigliosa Jessica Lange alle prese con un personaggio di nazionalità tedesca, una diva alla Marlene Dietrich. Una donna forte e incredibilmente fragile, che si svela negli ultimi secondi della puntata, quando ancora con il trucco di scena un poco sbavato, avvolta in una vestaglia di seta rosa e piume, si sfila le calze e si toglie le protesi, mostrando le gambe amputate dal ginocchio in giù.

GIUDIZIO 1 puntata 4* su 5*

Sailor Moon Crystal – 2014

Correva l’anno 1992 e una giovane mangaka di nome Naoko Takeuchi dava vita a una delle eroine più popolari del mondo manga: Sailor Moon. Usagi, nota in Italia come Bunny, è una ragazzina maldestra e buffa che frequenta le scuole medie a Tokyo. Paurosa, un pochino somara ma dal cuore puro, Usagi non è nient’altro che la reincarnazione della principessa della Luna, figlia di Serenity. Grazie all’incontro con la gattina Luna, diventerà Sailor Moon, la combattente che veste alla marinara e che “In nome della Luna!” sconfigge i malvagi.

Bishōjo sensi Sailor Moon 美少女戦士セーラームーン è sviluppato dalla signora Takeuchi in modo geniale, a tratti folle. Una storia romantica ma avvincente che ha stregato generazioni intere. Il tema centrale sono i pianeti, ogni guerriera è infatti associata a un pianeta del sistema solare (interno o esterno) e ha caratteristiche e poteri differenti dalle altre. I demoni e il male che cercano di impossessarsi del pianeta Terra (impersonato dal fidanzato di Usagi, Endimion) diventano sempre più malvagi e complessi con il passare degli episodi e Sailor Moon sempre più potente e bella.

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Sailor Moon – 1992

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Sailor Moon 2014

Il manga ha subìto uno degli stravolgimenti peggiori della storia dei cartoni animati con la trasposizione in anime. Le censure e il tanto agognato “politically correct” hanno trasformato un prodotto eccellente in qualcosa di ok. Fino ad oggi, fino al 2014. Sì, 20 anni dopo la sua apparsa in televisione (e dopo anni di avvocati, cause e chi più ne ha più ne metta) Sailor Moon è ritornato prima in formato manga (splendido, non c’è che dire) e dal 5 luglio, come cartone animato.

Sailor Moon Crystal (Bishōjo sensi Sailor Moon 美少女戦士セーラームーン Crystal) non è un remake, bensì un reboot, molto più fedele al manga di quanto fosse il suo predecessore degli Anni ’90. Come tutti i fan, anche il sottoscritto era timoroso del risultato. Cosa sarebbe successo a Bunny? Come sarebbe stata la nuova Sailor Moon? Che dire… Il cartone è splendido, semplicemente favoloso. Una grafica da togliere il fiato (la trasformazione commuove, da tanto è bella), un cartone fedelissimo al manga, una trama che conosciamo ma che è bello riscoprire.

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Una storia che sappiamo a memoria, ma che non stanca. Non vediamo l’ora che inizi il prossimo episodio. Di una bellezza estrema e di una genialità solamente giapponese, l’anime è un must-see che non solo non delude i vecchi fan, ma fa innamorare nuove generazioni. Romantico, dolce, semplice, complesso, geniale. Questo è il nuovo Sailor Moon 2.0, che, dopo ben 20 anni, ha finalmente avuto giustizia… IN NOME DELLA LUNA!

5* su 5* – DA NON PERDERE

Per vedere il primo episodio di Sailor Moon Crystal: http://www.nicovideo.jp/watch/1404375510

 

 

Norwegian Wood – Tokyo Blues ノルウェイの森

Noruwei no mori è un romanzo dello scrittore giapponese Haruki Murakami pubblicato nel 1987. L’opera, liberamente ispirata ad un precedente racconto dell’autore intitolato Hotaru – La Lucciola, è ambientata nel Giappone degli anni ’60 e racconta la fine dell’adolescenza di Toro Watanabe, studente universitario di Tokyo.

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Il racconto parte dal presente, il protagonista ha quasi 40 anni e si trova su un volo che ha appena compiuto la fase di atterraggio in Germania. Non appena la hostess della Lufthansa conclude il messaggio di benvenuto per i passeggeri, una versione orchestrale della canzone dei Beatles “Norwegian Wood (this bird has flown) viene diffusa dagli altoparlanti della cabina. La musica riporta, con non poche sofferenze, il protagonista al suo passato, i ricordi sgorgano copiosi e Toru non può fare a meno di tornare indietro nel tempo, avvolto in una sorta di paralisi.

Il libro è, dunque, un enorme flashback del protagonista. Toru è uno studente come tanti altri presso un collegio maschile di Tokyo. Non ha caratteristiche paticolari che lo distinguano, non è un ragazzo “speciale” e si accontenta della propria vita. Una vita all’apparenza semplice, quasi noiosa, che nasconde un passato incrinato da un lutto terribile. Dopo alcuni anni dal suicidio del suo migliore amico Kizuki, morto a soli 17 anni, Toru incappa per caso in Naoko la fidanzata di allora di Kizuki. I due instaurano un rapporto complesso, un amore praticamente platonico e impossibile. Naoko non si è mai ripresa dalla morte del ragazzo e a poco alla volta si addentra in un vortice di depressione dal quale non riuscirà mai più ad uscirne. Toru è diviso e lacerato dai sentimenti che prova per la ex-fidanzata di Kizuki e per ciò che sente nei confronti di Midori, una ragazza eccentrica e piena di vita conosciuta tra i banchi dell’università.

Questo triangolo, all’apparenza molto chiaro, verso la metà del racconto inizia ad evolversi in altro. Gli equilibri si spostano e i protagonisti tolgono le maschere. Nessuno è quello che sembra, tutti nascondono qualcosa, tutti mentono. Dopo una notte di sesso con Toru, Naoko sparisce senza lasciare traccia. Il protagonista inizia a frequentare assiduamente Midori, la quale , già fidanzata con un altro ragazzo, gli schiude le porte di un mondo nuovo, tinge di colori la realtà grigia di Toru: “Midori in giapponese significa Verde, ma io ho sempre detestato quel colore. Non ti sembra ingiusto?” – ma il peso del ricordo dell’altra ragazza non lo abbandona mai. Dopo averla finalmente ritrovata, è in cura in un centro psichiatrico molto particolare, isolato fra le montagne del Giappone, Toru si abbandona all’amore per Naoko aiutato dalla compagna di stanza della ragazza, una quarantenne di nome Reiko, un’insegnante di musica dal passato oscuro.

Midori viene dimenticata, Naoko è di nuovo la protagonista. Le due ragazze non si incorreranno mai, pur avendo piena coscienza di co-esistere nell’universo di Toru. Entrambe lo desiderano ed entrambe sono desiderate. Solo la morte deciderà per il protagonista, che arrivato allo stremo dovrà decidere se rialzarsi o soccombere.

Il romanzo è molto cupo e introspettivo. Vero e proprio caso letterario in Giappone, sembra un macigno di cemento all’inizio. Poco alla volta la storia si alleggerisce, entra dentro il lettore. Lo avvolge in ambientazioni stupende, tutto viene descritto con cura da Murakami, nulla viene tralasciato. Il profumo degli alberi, il colore del cielo, le luci per la strada, il profumo della pioggia. Sembra proprio di essere lì, in Giappone: una presenza invisibile che insegue i protagonisti. E l’autore è bravo a farci innamorare di loro. I satelliti che ruotano attorno a Toru sono tutti interessanti e di spessore. Anche alle presenze marginali, come ad esempio Hatsumi – la fidanzata di un compagno di università di Toru – l’autore dedica ampio spazio descrittivo, ce la fa conoscere e immaginare: “…c’era in Hatsumi qualcosa  che ti entrava nel cuore, e questo era un effetto che lei non si sforzava in nessun modo di raggiungere…”.  A volte sembra quasi che la storia sia fatta dal contorno, le vite degli altri scorrono vicino a quella di Toru: per effetti estranei al protagonista, queste si incrociano e cambiano il corso di quella di Toru. Un processo infinito, un binario costruito da tanti tasselli/eventi che lo portano ad una scelta finale, forse la più importante.

Uno splendido romanzo che si schiude e mostra tutta la sua bellezza con il passare delle pagine. Toru è nascosto dietro ad una corazza che è incrinata da una crepa lontana, quasi cicatrizzata, ma che pulsa ancora, che si espande e poco alla volta costringe il ragazzo a mettersi in gioco. Tutto poco alla volta si sgretola. La morte e la sofferenza, apparenti nemiche, sono la luce che lo guidano in un mondo grigio e  senza sapore. Superficiale ma sicuro, un rifugio in cui nascondersi come una coperta calda. La tempesta che all’inizio del romanzo è lontana si avvicina sempre più minacciosa e colpisce con fragore Toru, colpisce un po’ tutti noi. Che paura vivere… Murkami però ci rassicura senza indorare troppo la pillola. La vita non deve essere contrastata. Non si può rinnegare la propria esistenza, anche se è un pasticcio, anche se a volte ci sembra di essere avvolti in un filo pieno di nodi.

Voto: 4* su 5*

 

Eurovision Song Contest – Copenaghen 2014

L’Eurovision Song Contest nasce nel 1956 come una sorta di collante fra gli stati europei che ancora si leccavano le ferite a causa delle Grandi Guerre che avevano sconvolto l’Europa. Inizialmente solo sette Paesi vi parteciparono, una quota che iniziò a salire fino ai quasi 40 partecipanti dell’edizione 2014.

Il regolamento è molto semplice. Vengono ammessi direttamente alla finale i 5 paesi BIG (Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito) e il paese ospitante, nonché vincitore dell’edizione precedente, mentre i restanti paesi arrivano alla finale tramite altre selezioni votate da una giuria. Alla finale partecipano 26 paesi con una canzone che per regolamento non deve superare i 3 minuti, votati da una giuria e dal pubblico a casa. “E qui casca l’asino!” penserete voi, invece questa è la regola che a mio avviso rende la competizione interessate: non è possibile votare per il proprio paese, quindi i residenti in Italia non potranno accedere alla votazione italiana e così via anche per i restanti stati.

La finale, trasmessa in euro-diretta e seguita anche da paesi non partecipanti come Cina e Australia, è coinvolgente. Il pubblico è  incredibilmente sportivo e la manifestazione ha un che di pacifico, è caratterizzata da quel modo “tutto il mondo è paese” che si assapora solitamente durante le Olimpiadi, senza tralasciare il taglio LGBT della trasmissione, andato sempre in crescendo negli ultimi anni, raggiungendo il culmine nell’edizione 2014.

In Italia, il programma non ha mai avuto un successo di pubblico particolarmente rilevante (pur avvalorandoci di vincitori illustri – Gigliola Cinquetti nel 1964 e Toto Cutugno nel 1990) e il nostro bel Paese non vi ha partecipato per una decina di anni, per non tradire quel nostro mantra che se un programma è valido, di spessore e di cultura non vale la pena investirci.

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L’edizione 2014 si è appunto svolta in Danimarca a Copenaghen, con Emma Marrone baluardo della nostra Italia. “La mia città”, titolo scelto per rappresentarci, non è riuscito nemmeno ad arrivare fra le prime 15 canzoni. Canzone brutta, noiosa, senza attrattiva per i paesi esteri, trainata da una sempre più volgare e sguaiata Emma, conciata manco fosse carnevale, con look da guerriera romana – sento ancora le urla di disperazione delle blogger di moda – composto da una specie di abito/tunica (tra l’altro congratulazioni per il buco nel vestito proprio sotto l’ascella….)completato da mantello e corna a di alloro gold. Ha reagito bene sul palco, è innegabile, ma la camminata sgraziata, il poco coinvolgimento del pubblico e le sonorità stesse della canzone non l’hanno (e giustamente!) portata a un buon risultato.

Il pubblico molto sensibile alle tematiche LGBT si è fatto sentire (e vedere… c’erano più bandiere rainbow che a un gaypride) fischiando l’omofoba Russia ogni volta che la loro canzone si accaparrava un punteggio alto al televoto, abbattendosi come un’onta sulle due cantanti/gemelline russe Tolmachevy , devastate dai fischi e pesantemente imbarazzate. Senza prezzo.

Ma veniamo al diamante della serata: Conchita Wurst. Data come una delle favorite (i bookmakers la davano per seconda) la diva barbuta, Reine d’Autriche – soprannominata così dal conduttore svizzero – drag queen with beard, ha stracciato la concorrenza, portandosi a casa il titolo di vincitore dell’edizione 2014. Il televoto è stato sorprendente: l’Italia l’ha premiata dandole il punteggio massimo – Nicola Savino, co-commentatore per l’Italia insieme a Linus mi ha fatto morire grazie al suo tifo sfegatato per Conchita – così come la maggior parte degli stati partecipanti (persino la Russia la premia con un piccolo punteggio che a mio avviso vale molto). Conchita Wurst, fortemente emozionata, al punto da non riuscire a parlare, ha dedicato il premio a “…everyone who believes in a future of peace and freedom. You know who you are, we are unity, and we are… UNSTOPPABLE!” alzando il trofeo al cielo, decretandosi regina di classe indiscussa della serata.

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Devo ammetterlo, mi sono commosso.

Vedere trionfare una drag queen di soli 25 anni e di grande talento, parliamoci chiaro: qualitativamente superiore a quasi tutti i concorrenti, ha smosso qualcosa dentro di me. Un segnale che il mondo sta cambiando sul serio. Una vittoria che ha spazzato via come un tornado l’odio e l’ignoranza, un premio al futuro, ai giovani, alle nuove generazioni, alla comunità gay, all’apertura mentale. La sottile vittoria di tutti noi, la rivalsa verso quello schifo di mondo ignorante che per una volta ha visto uno spiraglio di luce. La gioia di sapere che paesi com la Russia hanno DOVUTO guardare Conchita trionfare, più che uno schiaffo morale in piena faccia, lo tradurrei come un campanello d’allarme, del tipo “Sveglia!!! E’ ora che vi allineiate con il resto del mondo”. L’Italia mi ha piacevolmente stupito per una volta: alla faccia di tutti i discorsi anti-gay, noi Conchita l’abbiamo ampiamente premiata, l’abbiamo decretata vincitrice prima ancora che le venisse messa la corona.

Un momento di gioia, di felicità. Qualcosa di importante, perché la speranza davvero non muore mai. A questo mondo esistono persone che ci credono nel nuovo e guardano al futuro a colori… colori rainbow.

 

Jem e le Holograms

Al mondo ci sono notizie che ti fanno pensare, alcune che proprio non ti toccano, altre ancora che ti commuovono e poi ci sono quelle che ti fanno cadere dalla sedia. Proprio questo mi è successo l’altro giorno quando ho letto che il regista Jon M. Chu avrebbe portato sul grande schermo il cartone animato anni ’80 Jem e le Holograms (in originale Truly Otrageous).

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Ma andiamo per gradi. Nato nel 1985, Jem può essere definito come una costosissima e geniale mossa pubblicitaria. Commissionato dalla casa di giocattoli americana Hasbro (che tra gli anni ’80 e ’90 ha creato bazzecole come i G.I. Joe, le Micro Machines e i Mini Pony) per pubblicizzare queste nuove ed eccentriche bambole, ha subito avuto un successo strepitoso, passando dagli episodi di 5 minuti della prima serie, a vere e proprie puntate da 20 minuti per la seconda stagione. Grazie quindi alla fantasia della sceneggiatrice Christy Marx (che tu sia sempre lodata!) e a quel clima anni ’80 brillante e felice, Jem ha fatto il suo ingresso nel mondo animato, lasciando un segno indelebile nell’immaginario collettivo e diventando icona del mondo LGBT.

Dopo la morte prematura del padre, Jerrica Benton eredita la casa discografica Starlight Music che versa in condizioni disastrose ed è sull’orlo del fallimento. E’ grazie a Energy (in originale Synergy), un computer dalle caratteristiche umane che dona a Jerrica degli orecchini a stella con il potere di trasformare la ragazza nella pop star Jem grazie ad un gioco di ologrammi, che la ragazza cercherà di rimettere in sesto i conti della casa discografica. Così Jerrica/Jem, la sensuale leader, fonda con la sorella Kimber e le amiche Aja e Shana, il gruppo delle Holograms. Come tutte le storie, anche questa vede la presenza di nemesi, in questo caso le spregiudicate Mistfitz, gruppo pop composto da Phyllis “Pizzazz” Gabor,  Roxanne “Roxy” Pellegrini e Mary “Stormer” Phillips – delle vere e proprie drag queen, guidate dal perfido produttore discografico Eric Raymond, il quale cercherà in tutti i modi di rovinare la Starlight Music production e conquistare il mercato discografico.

Ancora prima che in Italia arrivasse MTV e desse il via alla moda dei video, Jem presentava al pubblico dei veri e propri videoclip musicali posizionati all’interno di ogni puntata, con tanto di titolo della canzone e album di provenienza. Una mossa all’avanguardia e, a mio parere geniale, scaturita sicuramente dalla necessità della Hasbro di dare un’anima e una voce alle bambole che non a caso venivano vendute con tanto di musicassetta contenete tutte le hit del cartone.

Ma non solo, i personaggi erano incredibilmente attuali per quei tempi, “alla moda”, con guardaroba da far girare la testa, trucco pesantissimo, capelli di tutti i colori. Uno specchio della società in cui è nato, un cartone che strizzava gli occhi a generi musicali pop rock all’avanguardia, un prodotto completo a 360° che anche oggi raccoglie la curiosità di chi ne sente parlare. Un prodotto che se pur di 30 anni fa, è un gioiello dell’animazione, precursore dei tempi, ha dato il via quell’idea di “makeover” che tanto piace e che fa sognare. Perché tutti noi, anche se siamo delle semplici Jerrica, possiamo trasformarci in Jem ed entrare nel mito.

Nuova luce

Rientrare a casa e vedere la luce riflessa nel calice di vino appoggiato sul tavolino di legno in terrazzo. L’inizio della primavera, la nuova stagione è già qui. Lui sorride, non parla, aspetta che sia io a iniziare con il racconto della giornata, lo sa che ho bisogno di essere ascoltato… come sempre. Il traffico milanese sembra essersi preso una breve pausa per lasciare spazio alle mie parole. Una piccola parentesi per i nostri pensieri. Mi ascolta e mi guarda anche se i suoi occhi sono rivolti verso gli splendidi gerani che ha piantato sabato pomeriggio. E’ stato bravo… forse dovrei dirglielo più spesso.

La primavera ha portato con se grandi novità, la nostra vita sta cambiando e lo sappiamo. Incredibile come a volte ci capiamo senza dirci nulla, ce lo leggiamo addosso, è evidente e stupendo. Mi verso un altro bicchiere di vino e mi guarda male, mi critica sempre per il mio essere così avido, lui preferisce gustarsi le cose con calma, ma io sono sempre stato frettoloso, una persona da “tutto e subito”. Mi viene in mente la mia infanzia. la mia maestra delle elementari di matematica mi aveva subito inquadrato: “Suo figlio ha un grande potenziale ma deve imparare ad essere paziente” diceva a mia madre, che non perde occasione per ricordarmelo. Ho sempre sbuffato, ma ora mi fa sorridere. Strano come certe cose ti rimangano cucite addosso e siano ben chiare nella mente, momenti che non hanno un vero peso nella vita ma che sono con noi nitidi da anni. Mi capita spesso di avere flashback del passato chiarissimi, mi ricordo i profumi, le esatte parole, cosa indossavo e mi chiedo che significato abbiano.

Questa nuova luce mi tocca nel profondo e riporta a galla tanti ricordi. Oggi sono 9 anni che mio nonno non c’è più. Il suo ricordo non mi abbandona mai ma è così strano che le fotografie di lui che porto nel cuore siano quelle più lontane. Torno a quando ero un bambino e a quando lo vedevo fumare di nascosto mentre io e mia sorella correvamo come matti con le biciclette. Quanto lo facevamo arrabbiare quando ci lanciavamo a tutta velocità nelle pozzanghere. E quante volte l’abbiamo obbligato a guardare Cenerentola! Un uomo tranquillo, sereno, comune. Silenzioso, con occhi dolci e comprensivi. Eravamo la sua luce, forse la stessa che io vedo riflessa in questo bicchiere. Mi si inumidiscono gli occhi perché vorrei che fosse qui ora a vedere l’uomo che sono diventato. Chissà se sarebbe stato orgoglioso? Non era una persona da abbracci, quella sua timidezza lo frenava in tutto, anche nella più semplice azione. Solo mia nonna riusciva a gestirlo, solo mia sorella riusciva a smuoverlo e solo mia madre riusciva a decifrarlo. Le sue tre donne, così diverse e così uguali. Le tre Monnalisa della famiglia, barricate dietro una specie di mistero. E solo lui riusciva a toccare le loro corde più nascoste, arrivare in quel luogo profondo delle loro anime e a vederle. A esporle senza che potessero fare nulla per fermarlo, senza troppe parole. Un uomo che forse non è stato capito fino in fondo ma che ha lasciato un vuoto enorme dietro di sè. L’ago della bilancia della mia pazza famiglia, il pacere dei litigi. Quanto ci stava male quando litigavamo, si chiudeva a riccio nelle sue spalle magre e non parlava più.

L’ho amato tanto e forse non gliel’ho mai detto. E’ stato presente in tutti i momenti importanti della mia vita sempre con quel suo modo di fare distaccato, quasi assente che mi faceva arrabbiare allora e che oggi invece mi fa tenerezza perché la sua empatia era così forte da agitarlo e mettergli quasi paura. Non era un supporto, lui era lì con me a provare le mie stesse emozioni. Forse ha vissuto davvero la sua vita attraverso noi, attraverso le nostre paure e le nostre gioie e probabilmente non se lo aspettava. Aveva cercato di costruire una vita ovattata, artificiale, irreale. Una vita stravolta dalle nostre vite, travolto da quella vita “vera” per la quale non si sentiva pronto e che lo ha messo alla prova. Prove che sono state ancor più grandi di quello che si sarebbe potuto immaginare e che hanno risvegliato quell’amore sopito che è esploso guardando negli occhi noi, la sua famiglia. Quell’amore incondizionato che anche ora mi commuove.